Riflessioni, dati (GIMBE) e una testimonianza dal fronte dell’emergenza
Quando il Pronto Soccorso si affolla… succede spesso, troppo spesso.
Sale d’attesa piene, triage sotto pressione, operatori che fanno il possibile.
Nel frattempo, pazienti, anche fragili, aspettano ore. A volte, per nulla.
Ogni accesso non urgente rallenta tutto il sistema.
Ma accusare non serve. Serve capire.
Qualche tempo fa mi è capitato di andare in un servizio di continuità assistenziale.
Ho trovato medici giovani, disponibili e gentili.
Eppure, la sala d’attesa era quasi vuota: una scena che fa riflettere.
Forse molte persone non si rivolgono più con fiducia a questi servizi perché:
- non sanno bene cosa aspettarsi,
- temono di non ricevere risposte efficaci,
- o semplicemente non si sentono tutelate come vorrebbero.
Quando si ha un dolore improvviso, un dubbio, un sintomo che preoccupa, le persone cercano certezze, risposte rapide, attrezzature visibili, e medici che trasmettano sicurezza.
E così, nella percezione collettiva, solo il Pronto Soccorso appare come l’unico luogo davvero affidabile. È lì che ci si sente “presi in carico”.
Ma quella sensazione di “ti visitano subito” e “ti fanno gli esami” vale spesso solo quando finalmente arriva il proprio turno. Per codici bianchi e verdi, l’attesa può essere lunga: ore e ore. E l’affollamento continua a crescere, con conseguenze su tutti.
Le attese che non dovrebbero esistere
Negli anni sono emerse diverse vicende che hanno reso evidente quanto il tempo, in sanità, non sia mai neutro.
Maria Cristina Gallo, docente di Mazara del Vallo (TP), aveva denunciato un ritardo gravissimo: il risultato di un esame istologico arrivò dopo otto mesi. Quando le venne consegnato, il quadro clinico era già compromesso da metastasi diffuse. La donna è poi deceduta, e sulla vicenda sono state avviate verifiche e indagini.
Otto mesi sono un tempo infinito, quando si parla di salute.
Non è solo la storia di una persona: è la fotografia di un sistema che si logora, dove i ritardi diventano condanne silenziose e le attese possono costare carissimo.
La sanità pubblica non può essere questione di fortuna o di geografia.
È un diritto che va garantito, difeso e ripensato, con coraggio e con dati alla mano.
La sanità che vogliamo
Sintesi dai Rapporti 2025 della Fondazione GIMBE
Un bene comune che si sta logorando
Il Servizio Sanitario Nazionale è una delle conquiste civili più importanti d’Italia.
Ma da anni vive una crisi profonda: mancano medici, aumentano le liste d’attesa, i pronto soccorso scoppiano. Sempre più persone si rivolgono al privato o, peggio, rinunciano a curarsi.
Secondo la Fondazione GIMBE, nel 2024 oltre 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a prestazioni sanitarie per motivi economici o per i tempi troppo lunghi. Nel frattempo, la spesa sanitaria pubblica resta ferma al 6,3% del PIL, contro una media europea del 7,4%.
Ogni anno si registrano oltre 18 milioni di accessi ai pronto soccorso, e circa uno su quattro è improprio, cioè per problemi che potrebbero essere gestiti dal territorio.
In Puglia, la spesa sanitaria pubblica pro capite è di circa 1.857 euro l’anno, contro i 2.256 euro del Nord Italia (dati Ministero della Salute 2024).
Non è solo un problema di numeri.
È la prova di un sistema che rischia di smarrire la sua anima: quella dell’universalità, della solidarietà, del prendersi cura di tutti.
Le cause di una crisi annunciata
Le analisi della Fondazione GIMBE parlano chiaro:
- Finanziamenti insufficienti e frammentati, che negli ultimi 10 anni hanno sottratto al SSN oltre 37 miliardi di euro.
- Carenza di medici e infermieri: in Italia mancano circa 65.000 infermieri e il numero dei medici di base è calato del 14% in dieci anni.
- Oltre 3 milioni di cittadini oggi non hanno un medico di riferimento stabile.
- L’età media dei professionisti sanitari supera i 54 anni, e nei prossimi 5 anni andranno in pensione più di 35.000 medici.
- Disuguaglianze territoriali sempre più forti: tempi di attesa e qualità dei servizi cambiano da regione a regione.
- Crescita della spesa privata: nel 2024 gli italiani hanno speso oltre 41 miliardi di euro di tasca propria per cure e prestazioni sanitarie.
Risultato: un sistema sotto pressione, che rischia di perdere la sua anima pubblica e universale.
Le conseguenze per le persone (e per il Sud)
Dietro i numeri ci sono le vite reali:
- chi aspetta mesi per una visita,
- chi non trova un medico di famiglia,
- chi passa la notte in pronto soccorso per mancanza di alternative.
Nel Mezzogiorno, la rinuncia alle cure per motivi economici e per tempi troppo lunghi pesa ancora di più: quando la prevenzione manca, ci si ammala di più e si arriva tardi.
Le proposte per cambiare rotta
La Fondazione GIMBE, nel suo Piano di Rilancio 2025, indica le priorità per ricostruire un sistema equo e moderno:
- Più investimenti pubblici, per riportare la spesa sanitaria ai livelli europei.
- Valorizzare medici e infermieri, migliorando formazione, condizioni e stipendi.
- Rafforzare la medicina territoriale, con servizi di prossimità e reti integrate di assistenza.
- Investire nella prevenzione, non solo nella cura, per ridurre il peso delle malattie croniche.
- Digitalizzare senza escludere, rendendo la tecnologia accessibile anche agli anziani e alle aree interne.
- Trasparenza e dati aperti, per restituire fiducia e responsabilità.
- Coinvolgere i cittadini, perché la sanità è un diritto, ma anche una responsabilità collettiva.
Una verità semplice: il Servizio Sanitario Nazionale non è un costo, ma un investimento nella vita di tutti noi. La salute non è un privilegio. È un diritto che va protetto, ogni giorno, insieme.
Intervista al Dott. Giovanni Rizzo
Pronto Soccorso e Accessi Impropri
Il Dott. Giovanni Rizzo è medico chirurgo con oltre 30 anni di esperienza nei reparti di Pronto Soccorso delle ASL di Lecce, Brindisi e Taranto. Attualmente dirige il centro medico GR LAB a Lecce, specializzato in medicina sportiva e riabilitazione. Inoltre, presta servizio come medico di guardia a Monteroni di Lecce, Galatone e, nel periodo estivo, anche a Porto Cesareo.
Dott. Rizzo, lei ha lavorato per anni al Pronto Soccorso. Cosa si intende davvero per “accesso improprio”?
Un accesso è considerato improprio quando una persona si presenta in Pronto Soccorso per un problema che non richiede cure urgenti o che potrebbe essere gestito in un altro contesto: medico di base, guardia medica, ambulatorio. Non significa che la persona non stia male, ma che non è un’urgenza ospedaliera. Capita spesso con piccoli dolori, febbre, malesseri passeggeri.
Quanti casi del genere vedeva nella sua esperienza? È un fenomeno così diffuso?
Sì, è molto più diffuso di quanto si pensi. In certi turni notturni o nei festivi, la metà degli accessi erano per problemi risolvibili altrove. Questo non solo rallenta la gestione delle vere urgenze, ma espone le persone stesse a lunghe attese inutili, con rischi e stress per tutti.
Perché secondo lei così tante persone si rivolgono al Pronto Soccorso anche per disturbi lievi?
Ci sono tante ragioni. Alcuni non sanno a chi rivolgersi, soprattutto quando il medico curante non è reperibile. Altri vanno per ansia, per paura, oppure perché pensano che il PS sia l’unico posto dove “ti visitano subito e ti fanno gli esami”. Ma questa percezione è distorta: spesso il PS non è il luogo giusto, e chi ci lavora è già sotto pressione.
Gli anziani vanno spesso al PS. Ma è spesso un accesso improprio?
No, anzi. Gli anziani arrivano spesso quando la situazione è già compromessa. Hanno più patologie, sono fragili, e spesso non hanno una rete intorno. Più che accessi impropri, io li chiamerei “ritardati”: arrivano tardi perché nessuno li ha seguiti prima. Serve prevenzione, non solo risposta.
Secondo lei, cosa aiuterebbe a ridurre davvero gli accessi impropri?
Serve un sistema sanitario più vicino, più flessibile. Medici di famiglia più disponibili, magari anche reti di medici a domicilio, infermieri, sportelli informativi. Non si può pensare che il PS sia la soluzione per tutto. Bisogna intercettare i bisogni prima, sul territorio.
Durante i suoi turni al Pronto Soccorso o in guardia medica, le è mai capitato di subire episodi di tensione o aggressività da parte dei pazienti o dei familiari?
Purtroppo sì. Non è raro che il personale sanitario venga aggredito, verbalmente o fisicamente, soprattutto nei momenti di maggiore pressione. A volte le persone non comprendono che dietro una lunga attesa ci sono altre emergenze, o che il medico non ha tutti gli strumenti per risolvere subito un problema. Quando il sistema non funziona, spesso è chi ci lavora in prima linea a farne le spese. Anche solo un insulto o una minaccia, se ripetuta nel tempo, lascia un segno.
Cosa succede al personale sanitario quando il Pronto Soccorso è pieno di casi non urgenti?
Succede che ci si trova a dover fare delle scelte difficili. Chi ha un codice rosso o giallo ha la priorità, e questo crea attese lunghissime per gli altri. Il problema è che chi si trova lì, anche se con problemi lievi, ha comunque bisogno di essere ascoltato. Il personale sanitario si trova schiacciato tra le urgenze reali e le richieste che non dovrebbero essere lì.
C’è un episodio che ricorda e che può aiutare a capire cosa significa un “accesso improprio”?
Ricordo una volta una ragazza che venne al PS per un leggero mal di schiena, iniziato la sera prima. Aveva già preso un antidolorifico, ma voleva “stare tranquilla”. Intanto, nel frattempo, c’erano pazienti con problemi respiratori e un anziano con scompenso cardiaco in attesa. Nessuno lo fa per cattiveria, ma manca proprio l’educazione a distinguere le situazioni.
Secondo lei le persone sanno quando è davvero il caso di andare al Pronto Soccorso?
In generale no. Spesso manca una vera cultura della prevenzione, e c’è poca conoscenza di come funziona il sistema sanitario. Molti vedono il Pronto Soccorso come il primo punto di riferimento per avere risposte rapide, anche in situazioni non urgenti. È però comprensibile che chi si sente in difficoltà o teme per la propria salute o per quella dei propri cari cerchi immediatamente aiuto: in quei momenti prevale la paura, non la lucidità.
Il punto è che il Pronto Soccorso dovrebbe rappresentare l’ultima tappa di un percorso di cura, non la prima. Servirebbero percorsi territoriali più accessibili, informazioni più chiare e un maggiore dialogo tra cittadini e servizi sanitari.
“Solo una rete sanitaria più vicina e informata può davvero ridurre gli accessi impropri, migliorando la qualità dell’assistenza e il lavoro di chi opera in prima linea.”
La domanda che resta (e che conta davvero)
La domanda allora non è: “Perché vanno tutti al PS?”
Ma piuttosto:
Cosa manca fuori dal Pronto Soccorso per far sentire le persone al sicuro?


